In caso di shock è più probabile che vada in frantumi un sistema rigido piuttosto che un sistema elastico e questo vale anche per un sistema economico al quale sia stata tolta la facoltà di agire sulla leva del cambio della propria valuta.
E’ questo il caso dei 17 Paesi (tra cui l’Italia) che aderiscono all’UEM (Unione Economica e Monetaria dell’Unione Europea, la così detta “zona euro” o “eurozona”, e che hanno adottato appunto l’Euro, una moneta straniera, presa in prestito da privati che ne decidono il prezzo. L’UEM non deve essere confusa con L’UE (Unione Europea) che conta ben 27 Paesi, 10 dei quali, pur facendo parte dell’Unione Europea, non usano l’Euro (ad esempio Gran Bretagna, Svezia, Norvegia, Repubblica Ceca).
Sapete a cosa stiamo andando incontro a causa del fatto di essere incatenati ad un cambio fisso? Ve lo spiego. La crisi economica è partita dagli Stati Uniti nel 2007 con l’esplosione della bolla dei mutui subprimes ed il fallimento della banca americana Lehman Brothers. Il calo della domanda negli States ha innescato una recessione globale (calo della domanda globale) che ha visto diminuire anche le esportazioni dei Paesi europei; alcuni di loro si sono trovati in deficit di partite correnti.
Le partite correnti rappresentano i pagamenti per scambi di beni e corresponsione di redditi; il loro saldo è lo specchio del conto finanziario che indica invece i pagamenti di origine finanziaria (acquisti e vendite di titoli, accensione di crediti e debiti). Partite correnti e conto finanziario sono registrati sulla bilancia dei pagamenti, dalla quale possiamo vedere quanto un Paese importi o esporti sia beni che capitali. Se un Paese esporta più beni (es. Germania) di quanti ne importi (es. Spagna, Portogallo, Grecia), il saldo delle partite correnti è positivo ed equivale a liquidità netta che il Paese ricava dai suoi scambi (entrano più soldi di quanti ne escano), liquidità che può reinvestire all’estero sui mercati finanziari (es. Germania, Olanda). Un esportatore netto di beni (ossia un Paese con un surplus delle partite correnti) diviene quindi anche un esportatore netto di capitali e accumula crediti verso il resto del mondo.
Ma se un Paese vede diminuire le proprie esportazioni, a causa della diminuzione della domanda del resto del mondo, fino a trovarsi in deficit delle partite correnti, diventa un importatore netto di beni e quindi anche un importatore netto di capitali, accumulando così debiti verso il resto del mondo: in pratica, chi compra più di quanto venda deve farsi prestare il denaro dall’estero. E’ questo il caso dei PIIGS, il cui debito estero è andato aumentando dall’ingresso nell’Euro fino a raggiunere nel 2007, a ridosso dell’inizio della crisi, -20 punti di PIL per Irlanda e Italia, -80 punti di PIL per Spagna, -95 per Portogallo e -100 per Grecia.
La cosa impressionante, osservando i dati del Fondo Monetario Internazionale, è riscontrare come con l’ingresso nell’Euro, la Germania abbia visto esplodere il surplus delle sue partite correnti mentre tutti i PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna) andavano in deficit (soprattutto la Spagna) e così il conto finanziario. In pratica la Germania ha visto impennarsi l’esportazione di capitali (accensione di crediti verso l’estero) mentre i PIIGS vedevano aumentare il proprio debito estero. La somma dei dati, delle linee sui grafici (come vedete nella figura qui a fianco, cliccate per ingrandirla), dei deficit dei PIIGS era speculare al surplus tedesco: la Germania esportava capitali, lucrando, nei paesi dell’Europa periferica che si indebitavano verso di essa, come previsto dal “Ciclo di Frenkel” (vedi qui e qui). Questo si verifica perchè il capitale va dove rende di più e in “periferia” rende di più (per effetto della fissazione del cambio nell’Eurozona, della liberalizzazione dei mercati che ha anticipato l’introduzione dell’Euro, della scarsità dei capitali e dei tassi di interesse più alti che contraddistinguono i paesi periferici dell’Unione Monetaria).
Vista la principale legge dell’economia, quella secondo cui l’incontro tra domanda ed offerta determina il prezzo (e questo vale anche per le valute dei vari Paesi), se la divisa di uno qualsiasi di questi Paesi in deficit di partite correnti avesse un cambio flessibile e fluttuante sui mercati, essa svaluterebbe naturalmente: per acquistare beni dall’estero domando valuta estera, che si apprezza, e offro valuta domestica, che si deprezza. Il problema per i Paesi dell’Eurozona sta nel fatto che, avendo adottato l’Euro, il quale ha fissato il cambio per tutti questi 17 Paesi, l’aggiustamento non può più essere esercitato sul valore della moneta e si trasferisce di conseguenza sui prezzi dei beni; e per diminuire i prezzi dei beni occorre tagliare i costi, in primo luogo quello del lavoro, quindi il mio ed il tuo stipendio: questa è la così detta svalutazione interna, la svalutazione del salario, a cui è necessario ricorrere quando non si può svalutare il cambio.
Avrete visto come il governo Monti (non un governo tecnico ma il governo più politico di quanto si abbia memoria negli ultimi decenni) abbia attaccato l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Un buon metodo per far accettare gradualmente (neanche troppo) alla popolazione questi tagli: reprimere diritti e garanzie dei lavoratori, in particolare aumentando la “flessibilità in uscita”, ossia la facilità di licenziare. In questo modo si aumenta la disoccupazione affinchè anche sul mercato del lavoro entri in gioco la legge della domanda e dell’offerta: quando le persone che si offrono per lavorare sono molte più dei posti disponibili, i salari calano.
Il problema, per quei disoccupati e sottoccupati, è che col taglio dei salari cala anche la domanda interna, calano i redditi e, con la caduta dei prezzi, il valore reale dei debiti da rimborsare cresce: è una deflazione che fa sì che il debitore guadagni di meno ma non riduce l’importo contrattuale del debito che quindi diventa più oneroso. Queste persone non riescono più a pagare il mutuo, non riescono più a saldare i prestiti accesi, non riescono più a pagare l’affitto. Anche il governo a causa del rallentamento dell’attività economica vede ridurre le entrate fiscali e aumentare le uscite e può decidere di infierire con nuove tasse per mantenere i conti in equilibrio, peggiorando la situazione dei debitori privati.
In poche parole, l’aggiustamento dei prezzi e dei salari al ribasso, che dovrebbe rilanciare la competitività (diminuiscono i costi e quindi i prezzi dei beni destinati all’export) e far ripartire l’economia grazie alla domanda estera uccide la domanda interna prima di riuscire a rilanciare quella estera. Questo è quello che sta avvenendo nell’eurozona dove, a causa dell’Euro, il cambio tra 17 Paesi è irrevocabilmente fisso: se sopprimiamo la legge della domanda e dell’offerta nel mercato valutario sarà necessario lasciarla agire sul mercato del lavoro, generando disoccupazione e, successivamente, emigrazione.
Nel 1961 Robert Mundell pubblicò la “Teoria delle aree valutarie ottimali” che, prevedendo esattamente quello che avete appena letto, valse all’autore il premio Nobel nel 1999: “un’area valutaria ottimale deve presentare i requisiti di perfetta flessibilità di prezzi e salari e perfetta mobilità dei fattori di produzione”; tradotto in parole povere e attuali: quando Paesi strutturalmente diversi decidono di aggiogarsi sotto una moneta unica, se c’è una recessione mondiale, bisogna che nei Paesi in maggiori difficoltà i lavoratori accettino di farsi tagliare i salari o di emigrare in cerca di lavoro, altrimenti l’unione monetaria si scioglierà.
Benvenuta deregolamentazione dei mercati, benvenuta elevata mobilità dei capitali! “Fai ciò che vuoi!” e gli agenti economici l’hanno fatto. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Possibile che nel formulare i parametri di Maastricht, e nel voler insistere con l’Euro, dopo che lo SME (cambio fisso delle valute europee e quindi “prove tecniche” di moneta unica) era andato in mille pezzi nel 1992, non si sia voluto prendere in considerazione ciò che dice la scienza economica? E possibile sì, è quello che è stato fatto! Chi influisce sui nominati della Commissione Europea e per estensione sui politici (qualcuno ama dire “burattini nostrani”) dei partiti ai quali il M5S nega giustamente la fiducia, sono gruppi finanziari e grande-industriali il cui obiettivo è il profitto; hanno dunque tutto l’interesse a farci pagare cara la bolletta dell’acqua, del gas, dell’elettricità, le strade su cui viaggeremo sempre di meno con le nostre automobili, fino all’istruzione, alla sanità e alle pensioni private… davvero dei bei bocconcini in grado di rendere un profitto incalcolabile a chi fa di esso il motivo della propria esistenza e tira i fili in Europa… del resto cosa non faremmo per non morire di fame, di freddo e di malattia… pagheremmo qualsiasi cifrà lavorando come muli… e loro lo sanno, pensiamoci.
Matteo Della Negra un cittadino attivo tra tanti inMoVimento 5 Stelle Grosseto
Domenica 7 Aprile l’economista Alberto Bagnai sarà a Livorno per un incontro pubblico organizzato dal MoVimento 5 Stelle Livorno.
L’evento sarà trasmesso in diretta streaming tramite i siti: www.livorno5stelle.it www.grosseto5stelle.it www.follonica5stelle.it www.piombino5stelle.it oltre alle pagine facebook dei rispettivi gruppi M5S e dei M5S Pitigliano e M5S Orbetello.
Maggiori info sull’incontro pubblico qui. L’evento su facebook qui.

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Pare che http://radioblackout.org/2013/04/pd-pdl-e-m5s-soldi-alle-imprese-e-alle-grandi-opere/ dei 40 mld sbloccati per le imprese, 7 miliardi vadano alle grandi imprese (cooperative rosse, impregilo) per le grandi opere (anche TAV, ponte sullo stretto), praticamente vanno alle megaspeculazioni che devastano il nostro paese. UN’ASSURDITA’!
Credo sia necessario sospendere quei pagamenti e utilizzare i 7 miliardi per le pmi in difficoltà.
Potresti passare questa segnalazione (credo sia sfuggito, ma è molto importante) ai Cittadini 5 Stelle che si sono occupati della questione?